Tutta colpa di Papa’

Non avevo neanche dieci anni. Mio padre stava seduto al centro della piazza e si godeva una buona “granolosa” al limone con brioche. In lontananza vede arrivare due ragazzi altissimi e biondi. Zaino in spalla, scarponi e pantaloncini. Si siedono al tavolo accanto al suo e ordinano la stessa cosa, due “granolose” con brioche. Mio Padre finisce la sua, entra al bar e paga tutte le consumazioni, anche quelle dei ragazzi. Torna al tavolo e perde ancora un po’ di tempo chiacchierando con amici e conoscenti. Intanto anche i due ragazzi finiscono la “granolosa”, ma quando il ragazzo si alza e raggiunge il banco per pagare, la signora esce e gli indica col dito il punto in cui mio padre era seduto: “Il signore lì in fondo ha già pagato per voi”. Il ragazzo prima si avvicina alla compagna di viaggio e forse di vita e le racconta il tutto; poi entrambi raggiungono mio padre e lo ringraziano stupiti. Lui soddisfatto risponde che per i santangelesi è un onore quando qualcuno decide di fare una visita al paesello e chiede loro fino a quando si sarebbero trattenuti a Sant’Angelo. Li invita a fare un giro con lui nel pomeriggio, li avrebbe accompagnati anche in area archeologica dopo aver finito il turno di lavoro previsto in ufficio. Non senza di me naturalmente: “Andiamo a fare con giro con dei turisti che stanno visitando San’Angelo?” 

Eccoci a bordo della sua Fiat 127 verde sulla quale carichiamo anche i due tedeschi. Pronti per il giro.

Qualche ora dopo la ragazza chiede a mio padre un consiglio su un posto coperto e al sicuro dove trascorrere la notte in sacco a pelo. Mio padre d’istinto si gira e indica con l’indice la nostra casa di campagna. “Li c’è un portico”, spiegò. Li accompagnammo sul posto e ad un certo punto mio padre incrociò il mio guardo, un’occhiata di complicità tra padre e figlio. In un solo sguardo un piccolo segreto: la mamma non doveva sapere nulla di quello che stava succedendo. 

Chiese ai due ragazzi di seguirlo e li accompagnò su nelle nostre camere da letto, indicò il bagno e disse che sarebbero potuti rimanere lì per la notte. Li salutammo e andammo via. Nel tragitto di ritorno in auto mi raccomandò di mantenere quel piccolo segreto e di non dire nulla alla mamma. L’indomani mattina capatina al forno, prende qualcosa di fresco per i due viaggiatori e via dritto verso la casa di campagna.

Io non ci andai quella mattina, dovevo andare a scuola, ma dopo 30 anni quell’abitudine, quell’ospitalità diventò vizio di famiglia. Divento’ il mio lavoro. Ecco, è tutta colpa di Papà!

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